sabato 26 gennaio 2013

HASHTAG vs. MOT-DIESE



DA HASHTAG A MOT-DIÈSE: Ha fatto molto scalpore, in Italia (visto che in Francia non ne ha parlato quasi nessuno), la scelta “purista” dei francesi di tradurre la parola hashtag in mot-dièse (alla lettera: parola-diesis, o parola-cancelletto). La pubblicazione di questo nuovo lemma sul Journal Officiel de la Rèpublique française è avvenuto il 23 gennaio. Scelta giusta o sbagliata? Sono dei “nazionalisti linguistici”, i francesi? Senza alcun dubbio. Ma cosa li ha spinti a questa scelta, che molti (tutti?) in Italia reputano sconsiderata?

Mi sono fatto un’ideuzza: proprio pochi giorni prima dell’ufficializzazione della traduzione francese, il 7 gennaio, la American Dialect Society, un po’ l’equivalente dell’Accademia della Crusca per noi, ha deciso che la parola dell’anno 2012, nella loro lingua, è hashtag.

Con il crescere del successo di Twitter e l’aumento degli utenti che lo utilizzano con regolarità, il termine è diventato di uso comune per molti nell’ultimo anno. Negli Stati Uniti, qualche coppia particolarmente amante della rete sociale ha deciso addirittura di chiamare il proprio figlio Hashtag; e l’ultima edizione prima del passaggio al digitale del noto magazine Newsweek è stata intitolata con l’hashtag #LastPrintIssue


A mio avviso quindi, ma potrei essere troppo maligno, lo Stato francese si è detto: “ormai questa parola è talmente conosciuta che non possiamo accettare che non vi sia l’equivalente francese”… e l’hanno creato. In realtà, Wikipèdia français ci informa che già qualche anno prima era stata proposta la traduzione in “mot-clic”; cioè parola-clic (parola da cliccare). Il problema era che questa traduzione si adattava anche a “link”, che in francese si dice lien (“legame”). (sia detto tra paretesi: la voce di Wikipedia, anche in francese, è hashtag, non mot-diese...)

PRESTIGIO=POTERE: se davvero è andata in questo modo, non bisogna pensare che sia una questione di “purismo” o di sterile nazionalismo. È una questione di prestigio culturale, che si traduce in potere. Non mi metterò a cercare di dimostrare come la politica linguistica sia strettamente legata alla politica in sé (cfr articolo): basterà ricordare che le tre lingue principali (di fatto, anche se non ufficialmente) dell’Unione Europea sono inglese francese e tedesco: cioè le lingue dei paesi militarmente ed economicamente più potenti. Soprattutto l’inglese, non crederete mica che sia la lingua internazionale per la sua semplicità grammaticale? Pecchereste di ingenuità: è la lingua internazionale perché lingua dell’impero dominante in questo periodo storico. Semplice e cristallino.

Ma questo discorso, e sinceramente non capisco perché, in Italia non viene compreso. Né “l’uomo della strada” né il politico di primo piano, in Italia, sembra capire lo stretto legame tra lingua/cultura e prestigio/potere. A noi ci sembra che i francesi siano i soliti altezzosi e nazionalisti che ritengono buono solo ciò che è francese, in francese. Il che non è falso, ma neanche vero.

Qual è, allora, il problema nel tradurre una parola che ormai si è imposta così, in inglese, in tutto il mondo, e persino in quei paesi con una forte politica linguistica, come la Spagna?

Il problema non è l’eccessivo purismo delle istituzioni francesi, e in particolare dell’Académie Française, ma l’eccessivo controllo, che a noi italiani fa sempre e subito pensare alla politica linguistica di Mussolini. Ad esempio, anni fa, l’Académie aveva proposto delle traduzioni per le parole “blog” e “spam”: rispettivamente “carnet” (quaderno/ino) e “pourriel” (ibrido tra pourri (marcio) e courriel (posta). Ma una cosa è proporre, un’altra imporre, come faceva la politica linguistica fascista. Infatti, nonostante queste traduzioni “ufficiali” i francesi continuano, e continueranno, a dire “blog” e “spam”. Ed è assai probabile che anche hashtag continuerà ad esistere, così com’è, anche in Francia.

È UNA QUESTIONE DI QUANTITÀ: avere un’istituzione che persegue una forte politica linguistica permette ai francesi di non essere letteralmente invasi da parole inglesi, come accade da noi: la Società Dante Alighieri parla addirittura di “genocidio linguistico”. Qualche parola è accettabile, ed è accettata persino in Francia, dove riconoscono ad esempio l’efficacia dell’onomatopea “cliccare” (cliquer). Ma, se possono e se riescono, adattano e/o traducono altre parole, come computer, mouse, file ecc (per restare in ambito informatico). Non costringono nessuno, non sono estremisti, come spesso si lascia intendere negli articoli sui quotidiani italiani. E NON sono gli unici, come pensiamo noi. Anzi: anche gli spagnoli, i portoghesi, i greci, i polacchi, i tedeschi ecc ecc traducono quando possibile. A dire la verità, siamo NOI gli unici che prendono, supini e pigri, tutto ciò che viene dal mondo anglosassone, senza alcuno spirito critico, senza alcuna riflessione a riguardo. E questo non solo per quanto riguarda la lingua…

Un buon esempio è “mobbing”, che ha il senso che tutti noi riconosciamo, SOLO E UNICAMENTE in Italia: in inglese la parola ha il significato generico di “molestia”, e giuridicamente, quindi, non ha nessun valore (cfr articolo).

cfr l'immagine con "made in italy"
Insomma, se è vero che, forse, la Francia controlla troppo e nazionalizza eccessivamente il linguaggio, è vero anche che noi siamo troppo lassisti per quel che riguarda il nostro imponente, invidiabile e invidiato patrimonio culturale. Come non mi stancherò mai di dire, ciò che ci fa adottare tutti questi termini inglesi, spessissimo inutili, è lo stesso modo di essere che ci fa lasciar crollare i muri di Pompei. I francesi saranno anche altezzosi; ma il Louvre rimane il più bel museo del mondo, e il più visitato (cioè: soldi a palate). Se questo per voi è nazionalismo, bé, dovremmo andare a lezione di nazionalismo. Ma non lo è: è semplicemente conoscere se stessi, le proprie radici, il proprio paese e il suo patrimonio. Che non vuol dire odiare gli altri, ma nemmeno amarli incondizionatamente.


Ant.Mar.